Alla legalità

La legalità non è la legge.

Trascende la legge.

E’ più una condizione del pensiero, che in quanto tale governa le nostre azioni come un  modello inevitabile; o viene vissuta come uno dei motori del proprio agire o appare come quella impalpabile sabbia che sempre rallenta e talvolta inceppa l’antichissimo e rodato meccanismo della sopraffazione, dell’inganno, del sopruso dell’uomo sull’uomo.

Oltre ogni ideologia, al di là di ogni convenienza, con una perseveranza tanto ammirevole quanto frequentemente incompresa, da Socrate ai giorni nostri i creatori di questa “sabbia” sono via via protagonisti di lotte impari, coraggiose e nobili ma ostinate, tenaci, rigorose e lucidissime contro un nemico VERO, spesso costretto infine a smascherarsi decretando così l’inizio della propria fine.

Giorgio Ambrosoli (1933 –  1979)

Il cuore di Giorgio Ambrosoli smise di battere l’11 luglio 1979.

Nel 1974 era stato scelto dal governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, come commissario liquidatore della Banca Privata Italiana portata quasi al fallimento da Michele Sindona. Durante le indagini si rese conto che c’erano gravi irregolarità nei conti e che i libri contabili erano stati falsati. Sindona aveva consolidati rapporti con pezzi della politica, della finanza e della criminalità organizzata siciliana. Ambrosoli cominciò a ricevere pressioni: gli chiedevano di impostare il suo rapporto in modo da evitare l’arresto di Sindona.

Le intimidazioni divennero minacce di morte. A quel punto comprese che la sua vita era a rischio ma decise di andare avanti comunque. L’avvocato italiano venne assassinato sotto casa da un sicario americano ingaggiato dal banchiere siciliano.  Sono passati 35 anni da allora ma la sua figura è ancora un esempio, lo si ricorda come un uomo che ha dato la vita per il Paese.

Generale Carlo Alberto dalla chiesa (1920 – 1982)

Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri, noto per il suo impegno nella lotta contro il terrorismo delle brigate rosse prima e alla mafia poi, di cui sarà vittima. Nel settembre del 1943 stava ricoprendo il ruolo di comandante a San Benedetto del Tronto, quando passò con la Resistenza partigiana. A partire dal 1966 e fino al 1973 tornò in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della legione carabinieri di Palermo. Assicurò alla giustizia boss malavitosi come Gerlando Alberti e Frank Coppola. Iniziò inoltre a investigare sulle presunte relazioni fra mafia e politica. Grazie a Dalla Chiesa e ai suoi solleciti al governo del paese, in questo periodo viene formalizzata la figura giuridica del pentito. In seguito investigherà sul terrorismo. Nel 1982 Dalla Chiesa venne improvvisamente inviato in Sicilia come prefetto di Palermo per contrastare l’insorgere dell’emergenza mafia. A Palermo lamenta più volte la carenza di sostegno da parte dello stato.

La sera del 3 settembre 1982, Carlo Alberto Dalla Chiesa era seduto al fianco della giovane seconda moglie Emanuela Setti Carraro sulla propria auto, in via Carini a Palermo, quando venne affiancato da una BMW con a bordo Antonino Madonia e Calogero Ganci (in seguito pentito), i quali fecero fuoco attraverso il parabrezza, con un fucile kalashnikov AK-47.


Emilio Alessandrini (1942 – 1979)

Alessandrini iniziò il suo percorso scolastico a Pescara e dopo il Liceo Classico si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli approdando quindi alla carriera in magistratura. Nel 1967 è uditore giudiziario presso il Tribunale di Bologna. Nel 1968 fu sostituto Procuratore della Repubblica a Milano, l’anno seguente sposò Paola Cecilia Bellone e nel 1970 nacque il figlio Marco. Si occupò, nell’ambito dell’attività giudiziaria, di indagini sul terrorismo di destra, ad esempio della strage di Piazza Fontana e di eversione legata al terrorismo rosso.

Il magistrato la mattina del 29 gennaio aveva appena accompagnato il figlio alla scuola elementare e, mentre stava tornando verso casa, venne aggredito da due persone al semaforo dell’incrocio tra Viale Umbria e Via Muratori. Il commando esplose contro Alessandrini numerosi colpi di pistola uccidendolo sul colpo.

Mauro Brutto (1946 – 1978)

Il giornalista Mauro Brutto ha scritto su “L’Unità”  fin dal 1973. É stato uno dei professionisti che ha meglio interpretato lo spirito combattivo del giornalismo anni ’70. Fu impegnato nelle indagini sulla morte di Fausto e Iaio, due ragazzi del centro sociale milanese Leoncavallo uccisi il 18 marzo 1978. Scoprì attraverso un’inchiesta che a Trezzano sul Naviglio operava un’organizzazione mafiosa che gestiva il giro di bische clandestine, estorsioni, prostituzione e droga. Denunciò la connivenza tra eversione nera e delinquenza comune ma anche tra Brigate Rosse e criminalità organizzata. Indagò sul traffico d’armi del MAR(Movimento di Azione Rivoluzionaria). Venne minacciato diverse volte, come quella volta che Luciano Liggio, boss di Croleone arrestato anche grazie alle sue indagini, lo minacciò di morte in tribunale.

Una sera, in via Leoncavallo, da una macchina che gli si affiancò, vennero esplosi in aria due colpi di pistola. Infine la sera del 25 novembre 1978, Brutto, uscendo da un bar in via Murat a Milano, a 300 metri dalla redazione de “L’Unità”, venne investito da una macchina, una Simca bianca. Una morte sospetta che non verrà mai chiarita del tutto.

Walter Tobagi (1947 – 1980)

La storia di Walter Tobagi iniziò a San Brizio, vicino Spoleto, dove nacque il 18 marzo 1947. Figlio di un ferroviere, Tobagi frequentò il liceo Parini di Milano e maturò il suo impegno politico in un momento in cui le aspirazioni rivoluzionarie dei suoi coetanei erano gli ideali di una generazione. Fu un giornalista e uno studioso. Prima come ricercatore e poi come docente di storia contemporanea nell’Università Statale di Milano, si occupò di storia del movimento sindacale. Quando fu assunto da “Il Corriere della Sera”, aveva alle spalle una lunga carriera e potè esprimere tutte le proprie potenzialità come inviato speciale sul fronte del terrorismo e come cronista politico e sindacale. Sapeva essere indipendente e autonomo. Denunciò la connivenza nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro e riconobbe i segnali che una società intera avrebbe dovuto cogliere.

Quando fu ucciso era il Presidente dell’associazione lombarda dei giornalisti: rappresentava la corrente riformista che era osteggiata all’interno dello stesso “Corriere della Sera”. La sera prima di morire, il 27 maggio 1980, Tobagi presiedette un incontro al circolo della stampa di Milano. Parlò delle responsabilità di chi scrive di fronte all’offensiva delle bande terroristiche e si chiese ‘chissà a chi toccherà la prossima volta’.

Tina Anselmi (1927 – 2016)

Nata a Castelfranco Veneto (Treviso) il 25 marzo 1927. La sua notorietà deriva dall’attività politica da lei svolta nel dopoguerra. Durante la guerra fu staffetta della brigata autonoma “Cesare Battisti” e del Comando regionale del Corpo volontari della libertà. Nel 1944 si iscrisse alla DC e partecipò attivamente alla vita del suo partito. Tina Anselmi è stata via via dirigente sindacale dei tessili, incaricata dei giovani nella DC, vice presidente dell’Unione europea femminile. Parlamentare dalla V alla X legislatura eletta nella Circoscrizione Venezia-Treviso, ha fatto parte delle Commissioni Lavoro e previdenza sociale, Igiene e sanità, Affari sociali, occupandosi molto dei problemi della famiglia e della donna.

Ha inoltre presieduto per due volte la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2. Tina Anselmi è stata tre volte sottosegretaria al Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, una volta ministra del Lavoro, due volte ministra della Sanità. Si deve a lei la legge sulle “pari opportunità” ed è stata tra gli autori della riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

Lea garofalo (1974 – 2019)


Lea Garofalo nacque a Petilia Policastro nel 1974, in una famiglia affiliata alla criminalità calabrese. Ancora ragazzina Lea s’innamorò di Carlo, un gregario di suo fratello. Nasce Denise nel 1991. Si trasferiscono a Milano, prendendo casa in un palazzo del centro, completamente dominato dalla ‘ndrangheta. Grazie alla parentela coi Garofalo, Carlo ne divenne il signore incontrastato. Fino a una mattina di maggio del 1996, quando i carabinieri irrompono in casa e lo arrestano. Quel giorno, di fronte al terrore della figlia, Lea decise di costruire per lei un futuro diverso. Lasciò il marito e stanca delle continue minacce che le arrivavano iniziò a collaborare con la giustizia. Per Lea e Denise scattò il Programma di protezione.

Dopo vari trasferimenti e incomprensibili contraddizioni burocratiche, la protezione fu inspiegabilmente revocata. Lea tornò in Calabria fragile, senza mezzi di sostentamento. Carlo, uscito di prigione, si riavvicinò a Lea, con l’intenzione – dice lui – di dimenticare il passato. Il 24 novembre del 2009, la donna scompare senza lasciare traccia. Aveva 35 anni, Lea, e possedeva solo un desiderio: un futuro migliore per se stessa e per sua figlia.

Un futuro che ancora oggi è solo una promessa per la figlia Denise che continua a portare avanti la lotta di sua madre, nel nome di sua madre,

A volte sconfitti, mai realmente perdenti.

Perché una splendida eco, un argentino rumore di fondo è rimasto, delle loro azioni, delle loro intuizioni e delle loro parole.

Perciò il nostro omaggio è in questa circostanza rivolto a queste figure, personalità a prima vista distanti fra loro ma unite da istanze di LEGALITA’ che hanno contribuito alla nostra crescita collettiva sul piano sociale ed etico, in modo eclatante o discreto.

Alla realizzazione di questo murale hanno partecipato gli studenti della 2N dell’Ipseo Vespucci.  Dando maggior corpo al senso dell’opera muraria, perchè porteranno sempre con sè il seme di quello che hanno imparato.